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La storia di Gianduja

Gianduja è nato burattino, ma presto è divenuto maschera per assumere in seguito la veste di simbolo di Torino, del Piemonte e nel Risorgimento, del sentimento unitario del popolo italiano.

Giôvan d’la dôja (Giovanni dal boccale, riferimento al suo "debole" per il succo d’uva) nacque ufficialmente nel 1808 sulle colline dell’astigiano, nel paese di Callianetto, erede di un burattino impertinente ma saggio, di nome Gironi, costretto ad emigrare a Torino e a cambiare nome per la sua lingua troppo lunga, scomodo ai potenti che quasi mai, in ogni tempo, hanno dimostrato di possedere un spiccato senso dell’umorismo, specie se a ridere è il popolo semplice e schietto.

disegno-giandujaGianduja è furbo, coraggioso, magari fintotonto all’occasione, ma con ben chiaro in testa che cosa vuole, ed esteticamente aveva " facia rôtonda e paciôcôna, neô sôta n’euj, pôret ‘ ns la front a la banda sinistra e nas ‘n po’ rôss." (faccia rotonda e pacioccona, neo sotto un occhio e sulla fronte dalla parte sinistra e naso un po’ rosso).

In quegli anni ansiosi, vibranti, Gianduja cominciava ad impersonare per gli italiani il Piemonte: è una maschera libera e democratica "non ha bisogno né di sottintesi né di inchinarsi ai padroni. Parla francamente e schietto al suo re. E’ la rappresentazione di un popolo, mentre le altre maschere non ne sono che la caricatura"; più di una maschera egli è dunque un carattere.

A partire dal 1862, con la fondazione della Società Gianduja, la tradizione del Carnevale di Torino subisce una svolta decisa, che è ben riassunta nel motto "Ridet beneficando" (ridere fa bene) in cui si evidenziano le caratteristiche gioiose e spensierate associate alla beneficenza e al pensiero per i meno fortunati.

L’anima e il cuore della città continuano a pulsare sotto la giubba di Gianduja ed anno dopo anno il suo viso sorridente ed ottimista illumina la festa del Carnevale torinese ed è presente a commentare con la sua pungente bonomia i fatti più importanti della storia e del costume italiano, almeno fino al 1893. Si ha poi un lungo periodo di eclissi in cui Gianduja è una presenza occasionale e sempre meno incisiva e significativa . Nel maggio del 1925 nasce la Famija Turinèisa e con essa la maschera di Gianduja riprende la fila della tradizione risorgimentale ed ottocentesca.

"Gianduja a tôrna Turin as dësvija" (Gianduja ritorna e Torino si sveglia): questo è il motto con cui si apre il carnevale 1926 e da allora ininterrottamente, tranne la parentesi fascista, si sono succeduti a calzare tricorno, codino e dôja e ad impersonare il "carattere" Gianduja, uomini dalle radici ben salde nella nostra terra e cultura, nel rispetto delle qualità proprie della nostra gente: calda fratellanza, umana comprensione e sottile umorismo.

Ogni anno, il Gianduja viene eletto nel corso di una cerimonia solenne e da quel momento sarà totale il suo impegno a "deje n’andi!" (darsi da fare), a far sì che le cose si muovano e l’allegria e il bene possano avere per un po’ qualche spazio in più. Al suo fianco la graziosa e sorridente Giacometta, sua sposa, chiamata a condividerne gioie e fatiche in una perfetta unità di intenti.

In Gianduja rivive ancora una volta "L’anima ‘d nòstr Piemônt" (l’anima del nostro Piemonte) che, nel segno della solidarietà e della tradizione, è destinata a resistere nel tempo intatta e forte: "Ai cascrà la Mole e Palass Madama, e Gianduja a sarà sempre viv përchè l’anima ‘d nòstr Piemônt a peul nen muire" (crollerà la Mole e Palazzo Madama, e Gianduja sarà sempre vivo perché l’anima del nostro Piemonte non può morire).

Nino Costa

 


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Investitura di Gianduja